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Natale del Signore 2011
Santa Messa del Giorno - Basilica Cattedrale, 25 dicembre

 

«Prorompete in canti di gioia» (Is 52, 9), ci ha detto il profeta nel­la prima lettura. Nonostante il momento delicato che stia­mo vivendo, la società continua ad ob­bedire a questo antico invito e con lo sfolgorìo di mille luci, con la consuetudine de­gli auguri e dei regali, con gli appuntamenti festosi delle fami­glie e delle amicizie, molti­pli­ca in questi giorni i segni di una esuberante allegrezza.

È la connotazione più simpatica del Natale e trae la sua ori­gi­ne dal messaggio che all’improvviso il cielo ha regalato alla ter­ra. «Ecco vi annunzio una grande gioia» (Lc 2, 10), ha pro­cla­mato l’angelo ai pastori ignari e stupefatti che come tutte le notti vigilavano i loro greggi. E subito il giubilo irrompe da una «moltitudine di schiere celesti», che lodano il Signore e in­vocano pace per gli uomini che egli ama (cf Lc 2, 3-14).

 

«Prorompete in canti di gioia, rovine di Gerusalemme» (Is  2, 9). Nella parola di Dio Gerusalemme è spesso la raffigura­zio­ne e la cifra dell’umanità intera. Gli spettacoli che sono sotto i nostri occhi e i guai di cui facciamo quotidiana esperienza ci inducono a pensare che  l’imma­gi­ne della "rovina" non sia del tutto incongrua alla società di oggi e alla nostra stessa esi­stenza.

 

Le "rovine" sono gravi e molteplici: le guerre e le guerriglie non finiscono mai ed insan­gui­nano anche la terra di Gesù; la miseria e la fame atta­na­gliano ancora una gran parte della famiglia umana; i crimini commessi quotidianamente sul­le no­stre strade; il dilagare della droga; il rifiuto ed ora anche l’ag­gres­sione nei confronti di chi è diverso per provenienza, razza, cultura o religione; le disgregazioni familiari che penalizzano irreparabilmente i figli innocenti; l’uccisione della vita nel grembo mater­no, addirittura legalizzata e pubblicamente fi­nanziata; l’innocenza dei minori atrocemente violata. A tutto ciò si aggiunge la preoccupante crisi economica e finanziaria che attanaglia l’Europa e fa sentire le sue gravi conseguenze anche qui da noi. Il mio pensiero solidale e preoccupato si di­ri­ge in modo particolare a quelle famiglie che oggi celebrano il Natale con sofferenza e trepidazione: il posto di lavoro per­du­to o a rischio, lo stipendio mensile che non arriva, nuovi e pe­santi sacrifici economici da affrontare, un futuro che si deli­nea incerto e minacciato. Come ha scritto ieri il Cardinal Ba­gna­sco, Presidente della CEI: «Forse, nel tempo, l’umanità non ha visto abbastanza, o forse non ha voluto guardare, ma una grande mutazione era in atto. Avrebbe costretto a rive­de­re gli stili di vita e, prima ancora, di lavoro, di fare econo­mia e, soprattutto, finanza».

 

Questa, delle «rovine di Gerusalemme», è una triste litania che potrebbe a lungo conti­nua­re; e ci induce a domandarci: come è possibile in questo sfacelo dare spazio alla "gioia" an­nun­ziata dall’angelo?

 

Anche dall’intimo del nostro cuore non ci vengono voci più con­fortanti. Troppo spesso por­tiamo dentro di noi un fardello di amarezze che ci rende stanchi e delusi. Ci affligge la fatica del vivere, la paura del futuro, la mancanza di motivazioni for­ti e di prospettiva e si spegne la speranza. ­­Assorbiti dall’in­gra­naggio del produttivismo e del consumismo, avvertiamo l’in­soddisfazione propria di chi non si prospetta più nessun ideale. Siamo frustrati talvolta dai cambiamenti troppo rapidi e disorientanti, talvolta invece da un immobilismo delle ingiu­stizie che ci impedisce di pensare che le cose possano mi­glio­rare.

 

Il guardare in faccia la nostra situazione non vuole guastare la serenità natalizia ma piuttosto conferire ancora maggiore rilievo al dono che ci è venuto dall’alto; quel dono che ci con­sen­te di lasciarci conquistare dall’entusiasmo del profeta che ha detto a tutte le nostre miserie: «Prorompete in canti di gio­ia, rovine di Gerusalemme, per­ché il Signore ha consolato il suo popolo» (Is 52, 9).

 

La gioia esiste e, ci ha detto l’angelo, è alla portata di tutti: «Vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo» (Lc 2, 10). La gioia esiste ed è offerta a chiunque la cerca con cuo­re sincero. La gioia esiste, e ce l’ha recata dal cielo il Fi­glio eterno di Dio. Questa è la so­stanziale "verità" del Natale.

 

Il segno per riconoscerla è inaspettato e sconcertante, come sono di solito le iniziative di salvezza di Colui che ha chiarito di sé: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55, 8). «Questo è per voi il segno: - ha in­dicato ai pastori il mes­sag­gero di Dio - troverete un bambi­no avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Lc 2, 12).

 

Un bambino! Vale a dire, quanto di più debole, di più fragile, di più indifeso ci è dato di im­ma­ginare. Ma sta scritto: «Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti» (1 Cor 1, 27). Quel bambino rende presente tra le nostre preoc­cu­pazioni e i nostri disagi l’ineffabile sorriso di Dio, che è ca­pa­ce di fugare e di vincere ogni ragione di sfiducia e di abbattimento.

 

Sulla distesa della vicenda umana - così monoto­na e così ri­pe­titiva di sciagure e di colpe - finalmente è apparso qual­co­sa di diverso e di nuovo: il bambino che duemila an­ni fa è na­to a Betlemme è quasi il fiore che buca la neve e sboccia sul gelo, ini­zio di una primavera inarrestabile che alla fine ringio­va­nirà il volto della terra e trasfor­me­rà in giardino di letizia il de­serto delle nostre tristezze.

Ci chiediamo: come si fa a entrare nella realtà di rinnova­men­to e di gioia offerti a tutti dall’evento che celebriamo og­gi? La risposta sta nella pagina luminosa del vangelo ­di Gio­vanni, che abbiamo ascoltato: «A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diven­ta­re figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali da Dio sono stati generati» (Gv 1, 12-13). Ac­co­gliere nella fede coerente ed operosa il Signore Gesù; ac­co­glierlo non come uno dei grandi uomini, uno dei maestri di religiosità e di morale, una delle possibili guide nei molte­pli­ci per­corsi spirituali, ma come l’unico e necessario Salvatore di tut­ti, come «la luce vera che illumina ogni uomo» (Gv 1, 9), co­me il Verbo che «si fece carne e venne ad abitare in mez­zo a noi» (Gv 1, 14). Questo è l’inizio della nostra risurrezione da tut­te le possibili "rovi­ne", è «la vittoria che ha sconfitto il mon­do» (1 Gv  5, 4), la sola strada della rinascita nostra e dell’inte­ra umanità.

 

Questo Natale può cambiare davvero la nostra vita, se lo vo­glia­mo. Non siamo riuniti in Duomo solo per commemorare un evento del passato, non celebriamo il Natale solo perché spin­ti da sentimenti di commozione e di tenerezza suscitati in noi dal Bambino. Noi viviamo il Natale se ci lasciamo coin­vol­gere dall’annuncio di Betlemme a livello personale, socia­le, religioso. Personale, vivendo la vita con sobrietà, ridimen­sio­nando i nostri desideri di avere e di soddisfare il nostro egoi­smo; a livello sociale, ricercando la giustizia nei rapporti con gli altri e preoccupandoci del loro bene; a livello religioso, dando lode e gloria a Dio e servendolo in umiltà e letizia. So­lo così il nostro Natale sarà veramente “buono”.

 

Buon Natale a tutti voi - allora -, alle vostre famiglie, ai vostri ca­ri; buon Natale alla nostra città, alla nostra diocesi, al no­stro Paese, a tutti gli uomini e donne di buona volontà. «Glo­ria a Dio e pace sulla terra».

 

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